Dal n. 1 del giornale della ClaaacG8, trad. di Alfonso Nicolazzi

 

Il G8: uno strumento di dominazione mondiale

8 criminali ad Evian

Il G7 è stato creato nel 1975 su proposta di Giscard D'Estaing, con lo scopo di offrire ai capi di stato dei paesi più potenti un luogo di incontro per discutere in modo informale delle questioni finanziarie ed economiche. Raggruppava Stati Uniti, Giappone, Francia, Germania, Canada, Regno Unito e Italia, cioè l'alleanza delle principali potenze che vi erano allora dalla parte buona della cortina di ferro. Soltanto nel 1994 la Russia verrà ammessa in questa cerchia molto esclusiva. Ufficialmente, il G8 si contenta di emettere delle "raccomandazioni", le quali vengono poi messe in pratica dalle istituzioni internazionali (come il FMI e la Banca Mondiale, di cui i paesi ricchi sono gli azionisti di maggioranza) o l'OMC (WTO), dominata dagli stessi paesi. Il G8 è un'istituzione "democratica" nel senso che riunisce dei capi di stato "eletti". È appena il caso qui di ricordare i meccanismi della democrazia rappresentativa: media fabbricanti opinioni, cambiale in bianco accordata ai candidati più demagoghi, impossibile controllo popolare sulle azioni degli "eletti". In ciò il G8 non sfugge alla regola e, in assenza di un movimento "no-global", ben pochi di noi sarebbero informati sul ruolo e il tenore dei dibattiti che vi si svolgono. Sebbene neghi di esserlo, il G8 è una istanza di autoproclamato governo mondiale. È un esempio del processo generalizzato di concentramento del potere economico e politico nelle mani di individui che condividono una stessa visione del mondo: OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione economica, che riunisce i 29 paesi maggiormente industrializzati), Banca mondiale, Fondo Monetario Internazionale, OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e G8 funzionano di comune accordo. A questo cartello va riconosciuta una temibile efficacia: concentrazione delle ricchezze e della potenza per gli uni, precarizzazione, impoverimento e repressione per gli altri. In nessun tempo la disuguaglianza è stata così lacerante: ogni giorno, 100.000 persone muoiono di fame; in qualcosa come 70 paesi, ove vivono circa un miliardo di persone, il livello di consumo è oggi inferiore a quello di 25 anni fa; l'1% della gente più ricca possiede risorse pari a quelle del 57% dei più poveri. In altri termini, meno di 50 milioni di ricchi ricevono quanto i 2,7 miliardi di poveri! Mai come oggi gli attacchi contro le basi dei nostri sistemi di solidarietà sociale (educazione libera e gratuita, sanità per tutti, pensioni, acqua potabile, ecc.) sono stati così aggressivi e concentrati. Questa politica sociale di classe è il diretto risultato degli impegni presi in materia di concorrenza economica. Quando i governi dei singoli paesi aprono al capitale gli enti dell'energia o quando intraprendono la privatizzazione delle pensioni, lo fanno per allinearsi sui criteri di convergenza concordati in queste riunioni. Se la globalizzazione degli scambi (d'idee e di beni) sgorga direttamente dalle possibilità di comunicazione che ogni giorno le nuove tecnologie aprono, la ripartizione ineguale delle ricchezze ed il perseguimento di una politica produttivista sono scelte di società i cui responsabili sono le élite politiche ed economiche. Tutte decisioni che producono effetti disastrosi sia sul piano sociale (precarizzazione dell'impiego, basso potere d'acquisto e dei minimi sociali...) che ambientale (maree nere, deforestazione, aumento del traffico stradale, inquinamenti diversi). Per mantenere la pace sociale, questi che decidono si appoggiano sui media acquisiti alla loro causa, poiché l'informazione è essa stessa un'industria che obbedisce agli stessi meccanismi. La televisione che ricava l'essenziale dei suoi profitti dalla pubblicità non è nella posizione di poter esprimere un punto di vista ostile al consumo frenetico. Fortunatamente, diranno alcuni, rimangono i libri: in Francia, i mercanti d'armi controllano l'80% dei libri scolastici ed il 70% della distribuzione libraria. Ma, siccome ciò non è più sufficiente, il braccio secolare dello Stato è lì pronto per rimettere al passo i poveri che non vogliono marciare. Su questo aspetto, il G8 di Evian non mancherà di aggiungere la sua pietra all'edificio blindato della cooperazione poliziesca. Sotto la copertura della lotta al terrorismo, la gang degli 8 giudicherà opportuno prescrivere un rafforzamento del potere delle polizie al fine di stringere ancor più le maglie attorno alle frontiere del "mondo libero". Rari sono quelli che deplorano che in questo modo si azzerano le nozioni di diritto d'asilo o di libertà di circolazione. Tali politiche anti-immigrazione causano varie centinaia di morti ogni anno, servono le filiere mafiose che s'ingrassano sul traffico di individui e mantengono le fratture identitarie. I capi di stato del G8 si ritrovano egualmente nel Consiglio di sicurezza dell'ONU o nel seno della NATO. Talvolta i loro interessi divergenti non gli permettono di parlare con una sola voce. Tali divergenze che hanno la funzione di salvare le apparenze "democratiche" di questi stati maggiori, il cui ruolo è organizzare la militarizzazione del mondo e difendere gli interessi economici delle multinazionali. Il G8 ha dunque la triplice missione di organizzare l'economia, le polizie e gli eserciti, e permettere alle potenze di mantenere l'ascendente sull'insieme delle popolazioni. Le mobilitazioni di massa organizzate in concomitanza coi vertici di questo governo mondiale costringono oggi "i nostri" dirigenti a cambiare strategia di comunicazione. Ad un tempo, devono disarmare la critica ed integrare le frange meno radicali del movimento e criminalizzare quelli che agiscono in maniera più sovversiva ed offensiva. Tutti i poteri temono l'azione diretta popolare, l'autonomia dei movimenti sociali, i metodi di funzionamento che rompono con le logiche del potere (politico, economico, patriarcale ecc.), poiché per essi ogni contestazione che non sbocchi sul terreno parlamentare e si esprima diversamente dalla scheda elettorale è pericolosa. Nel frattempo, cercano di "venderci" l'apertura del prossimo G8 ai paesi "poveri", arrivando a proporre alcuni strapuntini alle ONG "umanitarie", affinché possano assistere a certi dibattiti. Perfino le ONG meno rivendicative rifiutano oggi, per la maggior parte, di servir loro da paravento. Quanto ai paesi "in via di sviluppo" invitati ad Evian, essi saranno naturalmente rappresentati dai loro ministri (e non da sindacalisti o da attori della "società civile"). Se si conoscono le relazioni fra le élite del nord e quelle del sud, le pressioni che gli stati del G8 esercitano sulla politica interna di molti paesi poveri, che cosa ci si può attendere da queste discussioni? Il G8 sarà dunque per una giornata un G28, ove si parlerà, sotto l'occhio della stampa compiacente, dei paesi poveri fra due coppe di champagne, ci si domanderà come integrarli nel modello capitalista dominante che i nostri responsabili presentano come "il cammino più breve verso lo sviluppo". Ma è come ricettacolo di rifiuti tossici, riserve di petrolio, di materie prime o di mano d'opera a buon mercato che questi paesi sono invitati al saccheggio delle risorse mondiali. Non basterebbe neppure annullare completamente il debito estero perché quelle popolazioni accedano ad un livello di vita migliore. Per quanto ci riguarda, gli incontri anti-G8 sono per noi occasione per rivolgere l'attenzione alle lotte sociali che si svolgono all'interno dei vari paesi e a quelle e quelli che le fanno vivere. Non siamo alla ricerca della ricomposizione di un nuovo partito delle sinistre con una dinamica di avanzamento sociale e di riflessi popolari. Non cerchiamo, attraverso un ritorno al keynesismo, di trovare un nuovo equilibrio statico del capitalismo o nella delega del potere i mezzi per la nostra emancipazione. Questi li troveremo nelle pratiche alternative che rompono con la logica dei capitale, nelle iniziative d'azione diretta popolare che rimettono in discussione i diversi aspetti del dominio. Come il capitalismo, il G8 non è suscettibile di riforma: deve scomparire perché nulla di quanto porta è fattore di libertà o giustizia.