Un uomo è morto nel carcere di Forlì

Quello che vi stiamo per raccontare non può ancora trovare conferme indipendenti, per quanto ne sappiamo nessun organo di informazione ne ha parlato, nessun apparato preposto al controllo e alla repressione ha emesso un comunicato.
Noi ne siamo venuti a conoscenza per caso, per una pura coincidenza, perché la morte d'un essere umano può essere declassata a chiacchiera da bar, tra un commento sulla prima giornata di campionato e un apprezzamento sul fondoschiena d'una ragazza; è bastato avvicinarsi con noncuranza, sorseggiando una birra e fingendo di leggere un quotidiano per ascoltare un racconto terribile, accurato e indiscutibilmente credibile, denso di particolari.
Un uomo è morto nel carcere di Forlì.
Si chiamava Franco ed era un tossicodipendente; dopo essere stato arrestato per un reato di cui non conosciamo la natura e di cui in realtà non ci importa nulla, è stato condotto nel carcere di Forlì.
Qui ha trascorso 4 o 5 giorni, da solo, in cella, lamentandosi per dei forti dolori e chiedendo insistentemente di essere visitato da un medico.
Nessuno ha accolto le sue richieste; le guardie hanno continuato a portargli in cella il cibo senza preoccuparsi se questo veniva consumato o meno, ignorando le suppliche hanno continuato a svolgere il loro sporco lavoro senza un indugio, senza un tentennamento.
Il 23 o il 24 Agosto Franco è stato trovato morto nella sua cella.
Completamente nudo.
I vassoi con il cibo ammucchiati in un angolo.
Il corpo e le pareti della cella lordi delle sue feci.
Perché sia morto non lo sappiamo, ma che sia stato massacrato di botte come Marcello Lonzi, che sia morto per un malore o per suicidio per Franco oramai importa poco, quello che a noi importa è di sapere che il carcere ha fatto un'altra vittima.
Anche per chi, come noi, non nutre alcuna fiducia verso le istituzioni e gli organi di informazione il silenzio che pesa su questa morte è assordante.
Amplifica la rabbia.
Non sappiamo ancora cosa faremo, ma non rimarremo in silenzio.
Per molti Giumuragiubox potrà non sembrare una pratica radicalmente anticarceraria, forse non appare tale nemmeno a noi che la facciamo.
Pur con tutti i nostri limiti, una cosa non abbiamo mai fatto: tacere.
Soprattutto in questa occasione, soprattutto oggi.

Forlì, 5 Settembre 2008, ore 01:00 del mattino.

Una rettifica

Dobbiamo fare una rettifica e alcune (amare) riflessioni.
Non è vero che nessun organo di informazione ha parlato della morte di Franco; lo ha fatto *almeno* un quotidiano forlivese, un giornalaccio famigerato per le sue posizioni destrorse, sguaiatamente razziste e forcaiole.
E lo ha fatto perché imbeccato da una lettera di denuncia scritta e firmata dagli stessi vicini di cella di Franco.
Le parole raccolte ieri sera erano probabilmente il risultato della lettura dell'articolo che potete scaricare da qui.
Se non ci rimproveriamo di non essere assidui lettori del fogliaccio in questione e quindi di non essere venuti a conoscenza immediatamente della morte di Franco Paglioni, non possiamo non prendere atto del fatto che dopo tre anni di presenza sotto il carcere non siamo diventati nemmeno cassa di risonanza per quanto di orribile accade in quel luogo osceno.
Forse è giunto il momento di tirare un po' le fila di quanto fatto fino ad ora e riflettere su quanto stiamo facendo, sul come e sul perché.
Null'altro cambia rispetto a quanto scritto stanotte.
La stessa rabbia.
Lo stesso disprezzo per chi tiene in tasca le chiavi di una cella.
Per chi veste una divisa.
Lo stesso assordante silenzio sulla morte d'un uomo.
In anticipo rispetto alla data prevista, saremo di nuovo sotto le mura del carcere, per non tacere.
Nonostante tutto.

Forlì, 5 Settembre 2008

L'orrore, l'orrore

Quanto segue è un brano dell'articolo che il Resto del Carlino del 10 Settembre 2008, ha dedicato alla tragica vicenda della morte di Franco Paglioni, morto il 25 Agosto nel carcere di Forlì.

(...) Cosa è successo in quei quattro giorni? A sentire i detenuti, l’uomo non è stato visitato da un medico e solo all’ultimo un addetto del personale con l’aiuto di un altro carcerato, l’ha condotto sotto una doccia. Diversa la versione riportata da Daniela Avantaggiato, segretaria del comparto penitenziario della Cgil funzione pubblica: "Il giorno prima del decesso Paglioni è stato visto dal medico ma le sue condizioni erano così gravi che anche un ricovero all’ospedale non lo avrebbe salvato — dice la sindacalista degli agenti penitenziari — . Purtroppo non c’era più niente da fare. Ma va detto che persone in tali condizioni dovrebbero andare in comunità di recupero".(...)

L'avete letto *due* volte, vero? Perché la prima non avete creduto ai vostri occhi, vi rifiutate di credere a una così manifesta dimostrazione di stupida cattiveria e demenziale insensibilità.
I casi sono due: o Fabio Gavelli (il giornalista autore dell'articolo) è un incompetente che ha travisato completamente il pensiero della Avantaggiato - ma nemmeno noi, che pure disprezziamo il lavoro del pennivendolo, lo crediamo possibile - oppure chi ha rilasciato quella aberrante dichiarazione ha fatto sfoggio di tutta la propria arrogante crudeltà.
Secondo le parole di Daniela Avantaggiato non era necessario portare Franco Paglioni in ospedale, tentare di curarlo; almeno farlo morire dignitosamente, in un letto, tra lenzuola pulite, accudito e se possibile confortato.
Non era importante.
Tanto ormai Franco Paglioni era già morto.
Noi odiamo questa società e i suoi luridi rappresentanti, noi non abbiamo parole per esprimere il nostro disprezzo per individui come la Avantaggiato.
Franco Paglioni era un essere umano; possiamo dire la stessa cosa della "signora" Daniela Avantaggiato?
Ora attendiamo una dichiarazione pubblica del medico che ha (avrebbe?) visitato Franco.

Forlì, 10 Settembre 2008