La storia di Trento ha una faccia oscura, fatta di morti silenziose, di dolore e follia. Si chiama Sloi, la “Fabbrica dei veleni”, come titola il libro recentemente pubblicato dalla casa editrice UCT, versione aggiornata dei due storici volumi che uscirono nel 1978. A rivangare le terribili vicende dell’azienda fascistissima, voluta da Achille Starace alla vigilia della guerra, sono stati ieri sera - nel corso di un affollatissimo dibattito al BarYcentro di piazza Venezia - alcuni protagonisti, che con la storia quarantennale della Sloi si sono dovuti confrontare. Primo fra tutti l’ex sindaco di Trento, Giorgio Tononi, che ne decise la chiusura, dopo che il 14 luglio del ’78 un incendio aveva rischiato di propagarsi ai reattori del piombo tetraetile prodotto negli stabilimenti di via Maccani. Se questo fosse avvenuto la nube tossica che si sarebbe levata sulla città avrebbe fatto probabilmente migliaia di vittime. “Qualche giorno dopo presi una decisione definitiva: chiudere la Sloi. Fu una scelta pesantissima per quegli anni, non sapevo nemmeno se potevo farlo, ma lo feci. E ancora oggi sono convinto di avere fatto bene; lo rifarei ancora”. Ma la domanda che era sulla bocca di tutti, ieri sera, posta a Tononi dal moderatore della serata, Luigi Sardi, giornalista e coautore del libro edito da UCT, é questa: “Perchè la fabbrica non fu chiusa prima?”. Le informazioni sulla nocività del piombo tetraetile prodotto - che serviva come antidetonante per la benzina - erano note fin dal ’42 e c’erano i morti per avvelenamento. “Nessuno sa quanti siano stati”, ha spiegato Sardi, perchè il veleno era subdolo: colpiva il sistema nervoso, portava alla pazzia, al suicidio, a morti spesso vissute come una vergogna dalle famiglie stesse”. E allora, perchè? “A quei tempi si sapeva che quello che si produceva alla Sloi era pericoloso, ma gli stessi operai lo nascondevano. Lavorare in fabbrica per la gente delle valli era un colpo di fortuna, nessuno voleva perdere 250 posti di lavoro”. A spegnere l’incendio, quel drammatico 14 luglio del ’78, furono i Vigili del fuoco comandati da Nicola Salvati, oggi consigliere comunale, che ieri sera ha ricordato i momenti di panico davanti all’incendio. Impossibile spegnere il fronte di 30 metri con i sistemi normali, ecco allora l’intuizione: usare la polvere di cemento prelevata dall’Italcementi. “E’ lui il vero salvatore della città”, ha spiegato Tononi. Sandro Schmid, ex parlamentare, che allora era sindacalista tra i metalmeccanici Cgil racconta la situazione di forte repressione che vigeva all’interno della fabbrica, tanto che fu difficile - fino al ’68 e oltre - coinvolgere i lavoratori nelle battaglie per la salute e poi per la chiusura della fabbrica. Da Schmid e da Sardi una richiesta forte al sindaco Alberto Pacher: “Non facciamo come alla Michelin, non cancelliamo la memoria del lavoro anche alla Sloi. Espropriamo i terreni in mano ai privati e affidiamo al pubblico il difficile compito della bonifica, ma anche del ricordo dei lavoratori che lì sono morti”. L’idea è quella di un “giardino della memoria”, sul quale però il sindaco, presente ieri sera, non si é espresso. “Posso assicurare che prima di qualsiasi progetto urbanistico sull’area - ha detto Pacher - viene la bonifica. E ancora ad oggi non sappiamo come portarla a termine. I tempi saranno dunque lunghissimi”.