di Mattia Pelli
Ieri aveva 30 euro in tasca, frutto di un lavoretto da muratore in nero: poco per vivere in Trentino con moglie e figlio, anche in un piccolo paese come Terlago, dove la solidarietà è tangibile. Ma più difficile ancora è sentire come a poco a poco la speranza di una vita migliore si sgretoli: la condizione di Luìs Claudio Palaoro, 38 anni, bisnipote di un emigrante trentino, era sicuramente migliore in Brasile, da dove è partito nel 2005.
Lì aveva un’agenzia di marketing e pubblicava un settimanale, «O Leitore» diffuso in cinque comuni dello stato di Rio Grande do Sul, capoluogo Porto Alegre.
Il 6 aprile dell’anno scorso Luis sbarcava in Italia con la moglie Elisangela e il figlio Victor (sette anni) dopo aver venduto tutto, in cerca di una nuova vita inseguendo a ritroso le tracce del bisnonno Ferdinando, agricoltore partito da Susà di Pergine. Una legge del 2000 permette a lui e ai tanti discendenti degli emigranti dell’impero Austroungarico di far valere il proprio diritto al rimpatrio.
Luìs si stabilisce dunque a Verona e chiede il permesso di soggiorno per turismo, poi ottiene quello specifico per chi è in attesa di cittadinanza, ma c’è un problema: non gli è permesso di lavorare, un’assurdità dal momento che come minimo per diventare italiani ci vogliono dai tre ai quattro anni. I soldi finiscono nonostante piccoli lavori al nero e il sostegno di un istituto religioso: a marzo 2006 lui e la famiglia, sconfitti, ritornano in Brasile.
Ma un compatriota conosciuto a Trento gli dà una nuova speranza: a Trento, gli dice, è tutto più facile. Così Luis decide di ripartire e di spendere tremila dollari per affrontare il viaggio con moglie e figli. Arrivato nella terra del bisnonno il 22 maggio va in questura, per chiedere il trasferimento del suo permesso di soggiorno dal Veneto a Trento: gli danno un tagliando che attesta la sua richiesta e gli dicono di aspettare.
Luìs è ancora lì che aspetta. Senza permesso non può regolarizzare la moglie e il figlio, perché al comune di Trelago il tagliando della questura non basta per concedere la residenza. In questo modo non può nemmeno lavorare: al contrario che in Veneto, in Trentino lo potrebbe fare. Con ragionaevolezza l’ufficio lavoro della Provincia, nonostante una circolare del ministero dica il contrario, permette a chi ha un permesso in attesa di cittadinanza di lavorare. Ora è soltanto la burocrazia che ostacola il cammino di Luìs e della sua famiglia: con la residenza potrebbe chiedere un alloggio Itea e ottenere il rimborso del 90% del biglietto aereo che la Provincia concede in questi casi.
«Ho già perso tre lavori - spiega Luìs amareggiato - è una cosa matta! Perché fanno venire gli stranieri e non gli permettono di lavorare nonostante siano in regola? È come se ti spingessero a lavorare in nero, ma io ho una famiglia, un figlio, non posso farlo. Se mi succede qualcosa?».
Rino Zandonai, direttore della «Trentini nel mondo» non è stupito dalla trafila di Luìs e amareggiato spiega: «Prima a rilasciare i permessi la questura di Trento impiegava due mesi; ora sono diventati quattro o cinque. Ma ancora più grave è che da qualche mese i dirigenti hanno deciso di non accettare più i ricongiungimenti famigliari dei discendenti di emigrati trentini che fanno domanda di cittadinanza». Anche per la richiesta di residenza le cose si fanno sempre più difficili, «come fosse un regalo», dice Zandonai: «C’è sempre qualche problema, non vogliono il cedolino piccolo ma quello grande, e altre cose». Insomma, c’è anche il sospetto che si aggiunge a situazioni già difficili, nonostante queste persone abbiano diritto a essere regolarizzate e la successiva disamina della loro situazione (vagliata da una apposita commissione a Roma) non sia che una conferma di questo diritto.
«Su 10.000 richieste di cittadinanza arrivate a partire dal 2000 - spiega Zandonai - la commissione ne ha esaminate 400. A essere ottimisti ci vogliono almeno tre o quattro anni per diventare italiani, non si può andare avanti così».
Non si può: la «Trentini nel mondo ha scritto ai ministeri dell’Interno e degli Esteri, chiedendo un incontro urgente; così anche all’assessore all’Emigrazione Iva Berasi».