di Mattia Pelli
Potremmo chiamarla "via trentina al liberismo", facendo il verso al vecchio (e più nobile...) slogan del Pci: per privatizzare, in provincia di Trento, si utilizza la ben nota scusa della razionalizzazione delle risorse, a cui dovrebbe fare da contrappeso una supposta maggiore attenzione da parte della Provincia alla coesione sociale della comunità rispetto ad altri territori. Con buona pace dei sindacati, spesso coinvolti abilmente nella concertazione.
Eppure, nonostante il tanto abusato refrain sul "modello trentino", le privatizzazioni sono privatizzazioni, qui come in Sicilia; guai però a chiamarle con il loro nome.
Ne sa qualcosa l’assessore alle Politiche sociali della Provincia Marta Dalmaso, che usò questo termine parlando della trasformazione in Spa dell’Itea, l’Istituto trentino per l’edilizia abitativa. "Riforme, non privatizzazioni", la corresse il governatore, Lorenzo Dellai.
E solo dopo due anni dall’approvazione della legge che ha cambiato il volto delle politiche trentine per la casa si apprende, con grande clamore dei media locali, che la Provincia ha pagato un milione e 200 mila euro per una consulenza a una società milanese di advisor.
"Sono le privatizzazioni, baby!": la prima cosa che i cittadini hanno perso nella trasformazione da ente funzionale a Spa è proprio la trasparenza. Ma questo è il minimo.
L’operazione, presentata come necessaria dal punto di vista gestionale, è stata fatta in realtà per fare cassa: sono stati emessi presti obbligazionari per 500 milioni di euro, garantiti dall’ingente patrimonio immobiliare di Itea.
E se la trasformazione in Spa a capitale interamente pubblico è il primo passo sulla via dell’entrata dei privati nella partita, molti (purtroppo soprattutto da destra, con la lodevole eccezione di Rifondazione, all’opposizione in Provincia) fanno notare che chi aderisce al prestito si aspetta un ritorno in termini di interessi. Chi li pagherà? Forse gli inquilini con l’aumento degli affitti?
Ecco qui il vero punto dolente della "riforma", che mobilitò nel 2005 (senza successo) i comitati degli inquilini (9.000 in tutta la provincia): il nuovo sistema di calcolo dei canoni. Con la nuova legge, Itea non chiede più un canone ridotto ma bensì pieno; è la Provincia che poi versa un "contributo di solidarietà".
Si passa così dal diritto alla casa al diritto al sussidio; e poi: quando la Provincia non dovesse avere più soldi?
E stendiamo un velo pietoso sulla norma razzista che prevede una graduatoria separata per gli extacomunitari che chiedono una casa popolare.
Uno dei protagonisti dell’elaborazione di questa riforma è Gianfranco Cerea, professore di Scienze delle finanze all’Università di Trento, che in cambio della sua consulenza ha ricevuto 70 mila euro dalla Provincia.
Cerea ha legato il suo nome anche ad un’altra privatizzazione, quello della pensione, creando il Centrum PensPlan, che dal 2000 gestisce per conto della Regione Trentino Alto Adige vari fondi pensione territoriali, tra cui quello per i lavoratori dipendenti. Che si è visto azzerare il rendimento dei primi mesi del 2007 dal crollo della borsa di Shangai.
Ma, come ebbe a dire Cerea durante un memorabile dibattito organizzato a Trento da Attac, "di sicuro c’è soltanto la morte". Di sicuro, aggiungiamo noi, c’è anche che il liberismo fa guadagnare poco i lavoratori e molto bene gli economisti che ne hanno fatto un dogma.
Quel dogma che Cerea andrà, ancora una volta, a ripetere alla platea del Festival dell’economia di Trento, dove è stato invitato a parlare di Tfr.