Sono circa le 18 quando il massiccio cancello giallo che dà su via Maccani, pesante e arrugginito, si apre: dietro c’è la Sloi, settanta anni di storia maledetta, tra piombo tetraetile, morti bianche e poi - negli ultimi anni - spaccio e immigrazione, ritrovo di una umanità messa ai margini. A spingerlo ieri sera con mano sicura sono stati i ragazzi del Laboratorio sul moderno, associazione nata nel ’99 a Sociologia, che hanno deciso, per cinque giorni, di risvegliare i fantasmi che dormono imprigionati nelle mura dei capannoni fatiscenti e le parole del lavoro che per tanti anni lì sono risuonate. Per farlo, non hanno chiesto il permesso a nessuno, ma la collaborazione di tanti: è una occupazione illegale (anche se a termine) di una proprietà privata e nessuno lo nasconde. Ma il suo significato è altamente simbolico: non lasciare che l’annunciata demolizione del complesso industriale (che avverrà entro l’anno) si faccia in sordina, cancellando un pezzo di storia, seppur oscura, della città. Così al progetto di riappropriarsi fino a domenica prossima dell’ex Sloi hanno cercato di fare aderire moltissime realtà culturali e sociali della città: Cgil, Tana Liberatutt@ e Officina sociale, Italia Nostra, la rivista Uomo Città Territorio e molti gruppi di artisti, musicisti, teatranti, pittori. Insomma, per i prossimi cinque giorni (e in particolare da venerdì prossimo alle 17 quando lo spazio verrà aperto al pubblico) gli enormi capannoni dismessi, i piazzali, le strade che attraversano i cinque ettari di terreno in attesa di bonifica, saranno teatro di performances, concerti e dibattiti. Spiega Enrico Spagna, del Laboratorio sul moderno, mentre conduce i primi curiosi visitatori negli antri dell’ex Sloi, invasi dagli arbusti e dalle erbacce: “Questo posto ha vissuto tre periodi, quello del lavoro, quello del pericolo ambientale e quello dello spaccio di droga e dell’immigrazione clandestina. Prima che tutto finisca vorremmo inaugurare quello dell’utopia della partecipazione, per ridarle un futuro”. I protagonisti di questa avventura (in tutto 50-60 persone) sono già al lavoro per mettere in sicurezza il sito: l’occupazione di ieri sera è stata preparata dal lavoro di un anno intero ed è da circa un mese che clandestinamente nei capannoni è iniziata la pulizia. I luoghi in cui si svolgeranno le iniziative previste sono stati accuratamente selezionati per evitare pericoli per gli spettatori. I centri dell’attività saranno la piazza antistante ai “reattori”, (dove cioè avvenivano le reazioni chimiche) e nel “capannone della manutenzione”, il cui pavimento è già stato liberato dai detriti (con tanto di raccolta differenziata) e lì si terranno i principali dibattiti. Tutte le altre zone verranno recintate e i luoghi pericolosi debitamente segnalati; le due strade principali che attraversano la Sloi perpendicolarmente (ribattezzate del lavoro e dell’ambiente e dell’immigrazione) verranno pulite, illuminate e delimitate. Ci saranno dunque dei percorsi ad hoc completamente affidabili per garantire la sicurezza del pubblico; “i pericoli maggiori - spiegano gli organizzatori - potrebbero venire dalla curiosità individuale”. Per evitare il rischio che qualcuno voglia visitare per conto suo le strutture off limits, ci sarà la proiezione di diapositive che ne mostrano gli interni, mentre sulle facciate scritte e disegni spiegheranno, in un grande museo all’aperto, quale era la loro funzione. Nonostante questi accorgimenti, pende sulla testa degli occupanti una delibera del sindaco che in passato aveva stabilito il divieto di entrata nell’area per la sua pericolosità e dalla quale potrebbero prendere spunto le forze dell’ordine per decidere di intervenire e sgomberare. Ma ieri sera nessuno è intervenuto per impedire l’entrata alla ex Sloi. L’illegalità di questa azione è stata attentamente valutata dai ragazzi del laboratorio sul moderno. Per Enrico Spagna era da mettere in conto: “Le istituzioni, comunali e provinciali degli ultimi trent’anni, hanno una grave responsabilità nel degrado subito da questo posto. Non potevamo certo chiedere loro il permesso. Non vogliamo che succeda come per la ex Michelin, dove la testimonianza di un’epoca è stata rasa al suolo senza nessun dibattito”.