Gli immigrati provenienti da paesi extraeuropei sono stati 4.000 in più in Trentino nel 2004 rispetto all’anno precedente: una crescita nel solco di quella registrata gli scorsi anni e che ha portato il numero di stranieri nella nostra provincia a quota 29.923 unità, il 17,3% in più rispetto al 2003. I dati sulla presenza di cittadini stranieri nella nostra provincia sono stati illustrati ieri nel corso della presentazione annuale del rapporto 2005 sull’immigrazione in Trentino, realizzato dall’assessorato alle Politiche sociali e dal Cinformi, il centro informativo che si occupa di migranti. “Trento - ha sottolineato ieri Maurizio Ambrosini, docente di sociologia presso la Statale di Milano e curatore del volume - è l’unica provincia in Italia che istituzionalmente ha deciso di compiere un lavoro così importante di monitoraggio”. Le cifre. La presenza di stranieri nella nostra provincia rappresenta oggi il 5,4% della popolazione totale, una media superiore a quella del resto del Paese (4,1%), ma più bassa di quella che si registra nel Nord-Est, dove i migranti rappresentano il 5,9% della totalità dei cittadini residenti. Un crescita, quella del 2004, in linea con con gli anni precedenti (nel 2003 fu del 20,2%): a cambiare sono soprattutto le nazionalità di provenienza. Nazionalità. Nel giro di 15 anni c’è stata una “transizione verso Est”: dopo una iniziale prevalenza di migranti in provenienza dal Nord Africa, le comunità straniere che sono cresciute maggiormente nel 2004 sono state quella Rumena, quella Ucraina e quella polacca. Diminuisce invece l’arrivo di immigrati dall’Albania e dal Marocco, anche se sono ancora i cittadini di questi due paesi a farla da padrone, al primo e secondo posto nella classifica delle comunità nazionali presenti in Trentino, rispettivamente con 4.469 e 3.645 presenze. Al terzo posto troviamo la Romania (2.640 unità) e la Macedonia (2.091 unità), mentre è lenta e costante la crescita di cittadini Pakistani (all’ottavo posto con 936 presenze nel 2004). Una suddivisione per nazioni che rispecchia abbastanza fedelmente quella del resto d’Italia, con una eccezione: in Trentino arrivano pochi cinesi e pochi indiani. Lavoro e famiglia. La maggior parte dei permessi di soggiorno vengono fatti, naturalmente, per motivi di lavoro, ma sempre più - in particolare tra i gruppi nazionali “storici” presenti in Trentino - sono quelli chiesti per ricongiungimenti familiari: il 38,6% tra i migranti albanesi e il 34,4% tra quelli marocchini. La richiesta di lavoratori immigrati è in espansione (+14%) ed è stato calcolato che il tessuto produttivo trentino avrebbe necessità di un numero triplo di stranieri rispetto a quello assicurato dalle quote stabilite a Roma. Donne e minori. I dati del 2004, presentati ieri dall’altro curatore del volume, Paolo Boccagni (dell’Università di Trento), confermano il graduale riequilibrio tra componente maschile e femminile dell’immigrazione: le donne rappresentano ormai il 49% del totale e i gruppi più “femminilizzati” sono quelli - inutile dirlo - provenienti dall’Est europeo. I minori rappresentano il 23,9% degli immigrati, uno su quattro, mentre uno dei dati più significativi è quello relativo ai nuovi nati stranieri (624 nel 2004): su cento bambini venuti alla luce in Trentino, undici sono di genitori di nazionalità non italiana, una percentuale (11,4%) superiore a quella nazionale, che si attesta all’8,6%. Questo significa che il tasso di natalità nelle comunità di migranti è doppio rispetto a quello dei trentini. Integrazione. Il rapporto presentato ieri cerca anche di delineare i percorsi di inserimento degli immigrati sul territorio. Un indicatore importantissimo è quello della scuola, dove gli studenti stranieri sono quasi il 7%, una percentuale superiore a quella della presenza totale di immigrati in Trentino. La loro riuscita scolastica è inferiore di quattro punti percentuali rispetto ai compagni italiani fino alle medie, cifra che scende al 10% nelle scuole e istituti secondari. Servizi. Il numero di ricoveri di pazienti immigrati in Trentino supera di quasi il 12% quelli registrati mediamente nel resto d’Italia: sintomo di una maggiore facilità nell’accedere alle cure, richieste in particolare per il parto. In aumento (+23%) la richiesta di interventi di interruzione di gravidanza.