La Leggera

Nata alla fine degli anni ’30 come industria fascista, tale è restata nel dopoguerra

Sloi, cuore nero di Trento

Il Laboratorio sul moderno ha riportato a galla vicende dimenticate. Unico assente: il sindaco

giovedì 20 ottobre 2005, di Mattia Pelli

Trento ha un cuore nero, si chiama Sloi. Nero come la morte e la pazzia indotte dal piombo tetraetile; nero come il colore del fascismo, nel segno del quale lo stabilimento nacque e al quale sopravvisse. A Bologna, fin dalla metà degli anni ’30, un giovane chimico, di nome Carlo Luigi Randaccio, aveva sperimentato un sistema per la sintesi del piombo tetraetile, che aggiunto al carburante serviva da antidetonante, necessario per aumentare la resa dei motori a scoppio. La sua produzione divenne ben presto strategica: serviva a far volare gli aeroplani, ma solo un’azienda al mondo ne possedeva la ricetta, l’americana Dupont. Achille Starace, segretario del partito nazional fascista e amico personale di Randaccio, decide di dare vita a un grande stabilimento per la produzione industriale e sceglie Trento per la sua posizione strategica sull’asse del Brennero e per la vicinanza con la Germania. La produzione iniziò nel 1940 e da allora, per quasi quarant’anni, la Sloi produsse piombo tetraetile (anche per le macchine) in quantità proporzionale alle malattie gravi che causò a migliaia di operai. Tra il 1960 e il 1971 furono 1.108 i lavoratori avvelenati durante le fasi di produzione, eseguite senza protezioni sufficienti. Un’enormità se si pensa che a lavorare negli stabilimenti non erano più di 250 lavoratori. Il piombo colpiva prima di tutto il sistema nervoso centrale, producendo ansia, depressione, accessi di violenza, incubi: tanti morirono suicidi, tanti finirono in manicomio. Nel 1975, dopo denunce di medici e lavoratori, Randaccio - che ancora si faceva chiamare «Herr Karl» - venne accusato di omicidio colposo. Ma nonostante una condanna a cinque anni non fece mai un giorno di prigione. Bisognò attendere il 1978 per la chiusura della fabbrica, quando un incendio alla Sloi fece sfiorare la catastrofe a Trento. Se le fiamme avessero raggiunto la zona di lavorazione del piombo, un nuvola tossica 30 volte più velenosa dell’iprite si sarebbe portata via 100.000 persone in un colpo solo. A partire dagli anni ’80 la Sloi e i suoi edifici fatiscenti divennero rifugio di spacciatori e tossicodipendenti ai quali si aggiunsero negli anni ’90 immigrati e senzatetto. Oggi l’area di 22 ettari (molto vicina al centro storico) racchiude nel suo ventre 180 tonnellate di piombo tetraetile estremamente volatile e la bonifica - attesa ormai da quasi trent’anni - non è ancora iniziata. Non esistono altre esperienze al mondo di decontaminazione su siti tanto grandi. Ora i proprietari annunciano l’abbattimento degli edifici entro l’anno. Così gli scorsi 23, 24 e 25 settembre i ragazzi del «Laboratorio sul moderno» (associazione nata nella facoltà di Sociologia) hanno occupato con dibattiti, musica e teatro l’area inquinata, chiedendo che la storia maledetta della Sloi non venisse semplicemente cancellata. La città ha risposto con quasi duemila visite nel corso delle tre serate. Grande assente il sindaco di centrosinistra, che ha scelto di perpetuare la tradizione democristiana del silenzio.

P.S.

Pubblicato su "Diario"

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