di Mattia Pelli
La storia di Xuemei, nome che in cinese significa "fiore di bucaneve", è quella di un’avventura migratoria a lieto fine.
Xuemei Li ha 39 anni, è sposata ad un italiano e lavora come mediatrice culturale presso il Cinformi, dove aiuta i suoi connazionali a raccogliere i documenti necessari all’ottenimento del permesso di soggiorno o del ricongiungimento familiare, che poi verranno presentati in questura.
Questa struttura, voluta dalla Provincia di Trento, è nata dopo la sollevazione, avvenuta qualche anno fa, dell’opinione pubblica del capoluogo, scandalizzata per il trattamento inumano riservato agli immigrati in attesa di poter entrare nell’ufficio stranieri della questura. Allora molti cittadini aderirono, mettendosi anch’essi in fila, all’iniziativa "Anch’io in fila alle sei", che gettò luce su questo scandalo.
Oggi, grazie agli accordi amministrativi stretti tra Provincia e questura di Trento, la prenotazione attraverso il Cinformi di un appuntamento presso l’ufficio stranieri basta già per non essere considerati clandestini.
Ma nonostante questo, i problemi dei circa 30.000 immigrati presenti in provincia, restano enormi: il lavoro, prima di tutto, e la casa, che in Trentino è carissima.
Problemi che ha vissuto 16 anni fa anche Xuemei, partita dalla sua Cina dopo la partecipazione alla rivolta studentesca di Tian anmen: "Ero molto triste – spiega lei – e volevo andare in un posto dove ci fosse la democrazia".
Laureata in informatica, con un buon lavoro all’Accademia delle scienze di Pechino, Xuemei lascia tutto e, arrivata in Italia, comincia a lavorare come donna delle pulizie a Rovereto, naturalmente in nero, mentre studia l’italiano.
Per un periodo fa anche la lavapiatti e la barista in alcuni locali gestiti da italiani: "I primi tre mesi – dice – sono stati molto duri. Non uscivo nemmeno, perché per strada tutti si voltavano a guardarmi, come fossi stata una scimmia".
La svolta arriva nel ’94, quando inizia a fare la traduttrice per un’associazione culturale e poi per alcune aziende trentine che commerciano con la Cina. Nel ’99 frequenta il primo corso per mediatori culturali e lavora con le scuole, mentre nel 2006 viene assunta al Cinformi.
Da più di 10 anni, dunque, Xuemei si fa carico di dare voce ai suoi connazionali in Trentino: 350 persone secondo i dati ufficiali; almeno 500 nella realtà, molti dei quali impegnati nelle cave di porfido della valle di Cembra.
"Gli immigrati che arrivano qui dalla Cina – spiega Xuemei – vengono generalmente dalla campagna e non hanno una grande istruzione. Il loro primo problema è la lingua".
Effettivamente la comunità cinese pare, dall’esterno, molto chiusa su sé stessa. "In Trentino molto meno che altrove – sottolinea Xuemei – perché é ancora piccola. E’ vero però che un cinese preferisce lavorare per un altro cinese".
Anche a costo di farsi sfruttare? "Chi viene qui dalla Cina – dice la mediatrice culturale – cerca di guadagnare il più possibile e per farlo è disposta a fare orari che i datori di lavoro italiani non possono proporre. Inoltre gli imprenditori cinesi offrono vitto e alloggio a chi lavora per loro. Un bel risparmio".
Un’immigrazione "mordi e fuggi", che però deve fare i conti con una seconda generazione, quella dei piccoli cinesi che ora affrontano la scuola. "Il loro problema maggiore – spiega Xuemei – è la mancanza di collaborazione dei genitori, che spesso non sanno nemmeno scrivere. E poi i bambini si sentono comunque diversi dai compagni italiani e hanno difficoltà a integrarsi".