Lettera aperta al PD

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Pisa, 14 maggio 2009

Lettera aperta rivolta ai circoli territoriali, ai militanti di base e a tutti i tesserati del Partito Democratico – Coordinamento territoriale di Pisa

L'Italia è un Paese ricco di incoerenze e di contraddizioni, a volte difficili da comprendere. Lo sappiamo tutti. Fa parte della straordinaria vitalità di questo Paese; ma è anche causa di alcuni dei suoi difetti peggiori.

Viviamo in un Paese in cui il Presidente del Consiglio, che fino a ieri definiva la Costituzione repubblicana un residuato dello stalinismo, oggi cerca di farsi passare come 'amico della Resistenza'; un Presidente del Consiglio che utilizza Onna, paese devastato dal terremoto, per mettere in scena una svolta strumentale, preludio per un futuro stravolgimento delle radici democratiche e antifasciste del nostro Paese. Lo ha messo bene in evidenza Giorgio Bocca, definendo questo 25 aprile come il peggiore della sua vita.

È la stessa Costituzione, nei principi fondamentali, a indicarci in maniera limpida l'unica via per sconfiggere uno dei peggiori mali che affligge l'Italia, quello del diffuso disinteresse per la cosa pubblica, della chiusura nel proprio tornaconto individuale: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4).

L'impegno per il bene della collettività è un dovere civico che accomuna tutti noi in quanto cittadini, in quanto persone che devono avere a cuore il destino di ognuno.

Ognuno ha però il diritto di scegliere quella che reputa essere la maniera migliore per contribuire al «progresso materiale della società»: noi abbiamo deciso di unire le energie, le intelligenze e le passioni di quasi trenta realtà associative pisane, nella convinzione che il dialogo e la cooperazione siano delle risorse fondamentali. Crediamo che fare rete, fare 'società', affrontare le sfide dell'agire insieme, possa essere un valore aggiunto vitale per il tessuto associativo, una delle più grandi risorse del nostro territorio.

Dal 2006, come Progetto Rebeldìa, siamo nel Quartiere della Stazione e rappresentiamo ormai un punto di riferimento per tutta la città, grazie alle molte iniziative che svolgiamo, ai dibattiti, agli incontri, alle riunioni di associazioni di rilevanza nazionale, ai concerti, alla palestra popolare e alla parete di arrampicata, al cineforum, alla ciclofficina, allo sportello e alle scuole di italiano per i cittadini stranieri, al teatro, ai gruppi di acquisto solidale e di consumo critico, ai vari momenti di socialità e scambio che le comunità straniere vengono a svolgere negli spazi di Via Battisti 51.

Si tratta di attività, e ci teniamo particolarmente a specificarlo, che vengono svolte senza alcun fine di lucro, grazie alla passione e all'impegno volontario di tante persone, spinte dalla percezione dei molti bisogni insoddisfatti della società. Sono i valori democratici a trovare casa a Rebeldìa, in quanto luogo di reale partecipazione, aperto al contributo di tutti. E che la società, quella più attenta e sensibile, non ci fa mancare. Centinaia di persone frequentano quotidianamente Rebeldìa, la sentono casa loro.

Per questo vi scriviamo. Perché crediamo che un partito che nelle primarie dell'ottobre 2007 ha visto l'affluenza di oltre tre milioni di persone non possa non essere interessato al bisogno di nuove forme di partecipazione, soprattutto dei giovani, all'impegno civile.

Come forse avrete già appreso dalla stampa, il prossimo 18 giugno avrà inizio il processo di sfratto del Progetto Rebeldìa. Nel febbraio 2006 il Comune aveva preso l'impegno di trovare insieme a noi una soluzione stabile per garantire la continuità di tutte le attività del Progetto Rebeldìa.

Speravamo che si potesse davvero avviare un percorso per una soluzione condivisa, così come è nei compiti di una politica autenticamente democratica. Abbiamo sempre cercato il dialogo: purtroppo da ormai 4 mesi le autorità ci hanno chiuso le porte, negandosi al confronto. È stata scelta, contro di noi, la strada dell'azione legale, finalizzata alla chiusura di uno spazio di tutti.

È una scelta che non capiamo e che ci amareggia. Così come ci hanno amareggiato le pesanti offese a noi rivolte dalla platea in occasione della presentazione dei candidati del PD per le elezioni provinciali, avvenuta martedì 12 maggio alla Stecca: una platea fatta degli stessi candidati e dei quadri locali del partito, da cui si sono levati pesanti epiteti di fronte a un nostro pacifico 'sfilare in uscita', con uno striscione che ricordava l'esistenza, a pochi metri, del Progetto Rebeldìa sotto sfratto. È stato un episodio poco felice per un partito che si vuole democratico, di fronte al Sindaco e al Presidente della Provincia.

Non abbiamo mai nascosto le nostre critiche nei confronti delle scelte dell'amministrazione comunale. Sono molte, a nostro avviso, le mancanze di una giunta, nata tra l'altro senza il ricorso alle primarie: dai rischi di cementificazione selvaggia dati dall'urbanistica contrattata, alle ordinanze con cui si pretende di ridurre complesse questioni sociali in problemi di ordine pubblico, generando un concreto 'allarme razzismo', denunciato da voci più che autorevoli.

Ma crediamo che la critica sia il sale del processo democratico, motivo di arricchimento e crescita decisivo. Non motivo di attacco pregiudiziale.

Per questo ci rivolgiamo a voi, sicuri di trovare ascolto. Il Progetto Rebeldìa non ha paura di mettersi in gioco e di confrontarsi, sicuro della validità del proprio percorso. Non ci fermeremo certo il 18 giugno, anzi. Sta però a voi decidere come procederà la storia di un pezzo di città che ha scommesso sulla democrazia partecipativa e sulla convivenza di culture diverse, e a far sì che il dialogo continui anche con l'amministrazione. Altrimenti dovremo rassegnarci ad assistere, nel piccolo della nostra vicenda, ad un'ulteriore manifestazione del distacco palese e ormai eccessivo tra chi governa e chi è governato, tra il Palazzo e la cittadinanza. Anche a Pisa.

Ogni città è fatta di tanti pezzi, incoerenti e contraddittori, difficili a volte da comprendere.

Alla politica il compito di ascoltarli tutti e di trovare una sintesi soddisfacente, frutto di compromessi e mediazioni; in una società complessa questo compito non può fare a meno di strumenti autenticamente partecipativi, che consentano di dare voce alle esigenze sociali.

Ecco perché riteniamo che la soluzione della 'questione Rebeldìa' non riguardi solamente il Progetto Rebeldìa. È una partita in cui si gioca una precisa maniera di fare politica, in cui è possibile distinguere chi si fa davvero portavoce dei bisogni di tutti da chi risponde esclusivamente ai 'poteri forti'. Ne siamo convinti.

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