di Naomi Klein - «the Nation» - 10/01/09
È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all'apartheid in Sud Africa.
Nel luglio 2005 una grande coalizione di gruppi palestinesi delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all'epoca dell'apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (Boycott, Divestment and Sanctions), BDS per brevità.
Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a
convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce
la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra
gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l'assalto,
circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati,
hanno inviato una lettera
agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede
«l'adozione immediata di misure restrittive e
sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta
antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace,
Israele invece viene trattato con guanti di velluto.... Questo sostegno
internazionale deve cessare.»
Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse,
emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le
sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci
dell'arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità
attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia
BDS, seguita da contro-argomentazioni.
1. Le
misure punitive alieneranno anziché convincere gli
israeliani. Il mondo ha sperimentato quello che si
chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito
in pieno. Dal 2006 Israele
accresce costantemente la propria criminalità:
l'espansione degli insediamenti, l'avvio di una scandalosa guerra
contro il Libano e l'imposizione di punizioni
collettive su Gaza attraverso un blocco brutale.
Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure
punitive, ma anzi, al contrario: armi e 3 miliardi di dollari annui in
aiuti che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per
cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un
notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e
commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele
è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un
accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del
2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del
45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l'Unione europea
è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di
preparati alimentari. E l'8 dicembre i ministri europei hanno
“rafforzato” l'Accordo
di Associazione UE-Israele, una ricompensa a lungo cercata
da Gerusalemme.
È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato
la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi
significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni
di commercio durante la guerra, l'indice della Borsa di Tel Aviv
è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote
non funzionano, i bastoni sono necessari.
2. Israele non
è il Sud Africa. Naturalmente non lo
è. La rilevanza del modello sudafricano è che
dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure
più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di
corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono reminiscenze dell'apartheid
profondamente desolanti: documenti di odentità con codici
colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e
sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente
uomo politico sudafricano, ha detto che l'architettura della
segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007
è “infinitamente peggiore
dell'apartheid”.
3.
Perché mettere all'indice solo Israele, quando Stati Uniti,
Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e
in Afghanistan? Il boicottaggio non è un dogma,
è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe
essere tentata contro Israele è pratica: in un paese
così piccolo e così dipendente dal commercio
potrebbe effettivamente funzionare.
4. Il boicottaggio
allontana la comunicazione, c'è bisogno di più
dialogo, non di meno. A questa obiezione
risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i
miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice
commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy”
ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS,
ho contattato un piccolo editore chiamato Andalus.
Andalus è una casa editrice attivista, profondamente
coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l'unico
editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico
di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce
che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In
altre parole, io sto boicottando l'economia di Israele, ma non gli
israeliani.
Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate,
e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a
Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad
una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente.
D'altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento
richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid
ricordano bene. L'argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi
ci taglieremo fuori l'un l'altro è particolarmente specioso
data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre
dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l'uno
con l'altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci
può fermare.
Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno
preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di
quei giocattoli molto high-tech provengono da parchi di ricerca
israeliani, leader mondiali nell'Infotech? Abbastanza vero, ma mica
tutti. Alcuni giorni dopo l'assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey,
direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha
inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax.
«A causa dell'azione del governo israeliano degli ultimi
giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione
fare affari con voi né con qualsiasi altra
società israeliana.»
Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey
ha affermato che la sua decisione non è stata politica.
«Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri
clienti: è stata pura logica difensiva
commerciale.»
È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte
aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è
proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica
speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla
Palestina.
Traduzione di Manlio
Caciopo per Megachip
Articolo orginale:
http://www.thenation.com/doc/20090126/klein?rel=hp_currently
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