Contro l'ordinanza anti-borsoni, un ricorso al TAR
È stata
firmata la cosiddetta “ordinanza antiborsoni”: l’ennesima di quelle “ordinanze
creative” che hanno fatto il giro del mondo, suscitando il sarcasmo di
quotidiani come Le Monde o The Independent. Se ne possono citare infinite
varianti: dal divieto di sostare nei parchi (Novara), alla multa per i
fidanzati «colpevoli» di leggere un libro sul prato (Vicenza).
Così, mentre a
Trento si multa la carrozza di Babbo Natale, mentre vicino Napoli – a Brusciano
– si sanzionano le “battaglie con le arance” dei bambini, mentre a Rimini si
vietano i massaggi alla schiena sulla spiaggia e – nella vicina Lucca – si
chiude la città ai kebab, Pisa decide di multare con 100 euro «il trasporto e
la detenzione di contenitori quali borse, sacchi, involucri di cartone o altro
materiale»: purché tali “borsoni” siano «inequivocabilmente riconducibili alla
vendita illegale».
Ci sarebbe da ridere, se non fosse una cosa drammaticamente
seria.
Il provvedimento vorrebbe contrastare infatti la vendita di merci
contraffatte: un fenomeno che coinvolge per lo più cittadini stranieri privi di
permesso di soggiorno, che non hanno possibilità di regolarizzarsi e che per
questo esercitano l’ambulantato per sopravvivere.
E così, in un paese la cui
economia si regge in gran parte sull’industria del falso (di cui l’Italia è il
terzo produttore mondiale), un Sindaco colpisce l’ultimo anello della catena, i
venditori.
L’ordinanza non ha nulla a che fare con la «legalità». La legalità
è una cornice condivisa di regole per garantire la convivenza: ma il
provvedimento del Sindaco sembra violare proprio le più elementari regole del
diritto. È evidente, infatti, che in presenza di un reato – in questo caso, la
vendita di merce contraffatta – si colpisce quel reato, e non il “borsone” che
suscita sospetti. Altrettanto ovvia è l’impossibilità di distinguere una borsa
“innocua” di un turista da una «inequivocabilmente riconducibile alla vendita
illegale»: a meno di non ricorrere ad espedienti di sapore discriminatorio (e
illegale), come il colore della pelle del proprietario. Un’ordinanza mal
scritta e giuridicamente indifendibile.
Il Comune è andato avanti nella sua
strada, in presenza di forti contestazioni. Ricordiamo infatti che contro l’
ordinanza – annunciata già da mesi – avevano fatto sentire la propria voce le
associazioni, le comunità straniere, intellettuali di fama nazionale e
internazionale. Il Consiglio degli Stranieri, dal canto suo, aveva formulato
proposte per affrontare la questione dell’ambulantato: partendo non dalla
“persecuzione” dei venditori migranti ma dai loro diritti, dalla
regolarizzazione e dall’inserimento lavorativo. Si è scelta la strada dell’
intervento repressivo, che in questi mesi ha provocato una spirale di violenza,
senza peraltro giungere a risultati apprezzabili. Si è ascoltata una sola voce
– quella delle associazioni di categoria dei commercianti – ignorando tutte le
altre.
Siamo di fronte ad una scelta molto grave dell’amministrazione. Da parte
nostra, garantiremo la più ampia consulenza legale ai cittadini stranieri
colpiti dagli effetti del provvedimento. Sin da ora, annunciamo che
presenteremo ricorso, chiedendo al TAR l’annullamento dell’ordinanza.
Per
queste ragioni convochiamo per mercoledì 11 marzo alle ore 21:00 una assemblea
cittadina per decidere le forme di mobilitazione.
Associazione Africa Insieme
Laboratorio Rebeldia
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