Pisa di sotto

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da Carta del 21.03.2008

Pisa di sotto
di Giuliano Santoro

Ieri al Laboratorio Rebeldìa di Pisa centinaia di persone hanno partecipato al dibattito «Sviluppo insostenibile? Riflessioni pubbliche su sviluppo e decrescita» con Serge Latouche e Paolo Cacciari. Insomma, L’Altra campagna pisana prosegue e cresce. Pubblichiamo di seguito il reportage da Pisa [da Carta n.10 del 2008] che racconta le associazioni che compongono il Rebeldìa, anima dell’Altra campagna.

Il quartier generale dell’Altracampagna di Pisa è una stanza al secondo piano del Laboratorio Rebeldìa. Una parete è ricoperta da una grande mappa della città.
Proprio mentre i partiti sono impegnati nei riti della campagna elettorale, un grosso numero associazioni ha lanciato l’Altra campagna per rappresentare «la città che non c’è». Il 13 e 14 aprile, oltre che per le elezioni politiche, si vota anche per eleggere il sindaco. La Sinistra non solo non è riuscita ad allearsi con il Partito democratico, che, strafavorito, candida l’ex segretario dei Ds toscani, Marco Filippeschi, ma si presenta divisa. Da una parte c’è il Pdci, che candida il consigliere comunale uscente Sandro Modafferi, dall’altra la Sinistra Arcobaleno mutilata, che ha candidato Carlo Scaramuzzino.
Bisogna guardare la cartina, per seguire il filo dei racconti e vedere materializzarsi «la città che non c’è» evocata dai promotori dell’Altracampagna. «I partiti non hanno una visione complessiva della città ­ spiega indicando la mappa Sergio, di Africa Insieme, storica associazione di e per i migranti­Per la gran parte sono apparati, non sono un’espressione di intelligenza collettiva. Ce ne accorgiamo, ad esempio, da come ci guardano con occhi spalancati quando gli ricordiamo i dati sull’inesistente ‘emergenza sicurezza’ di cui parlano». È successo qualche giorno fa: il Pd aveva organizzato un dibattito sull’«emergenza sicurezza» alla Confesercenti pisana, e quelli dell’Altracampagna sono andati a dire che nel quartiere della stazione ferroviaria, quello che Il Tirreno e La Nazione, i quotidiani locali più venduti, descrivono come «la zona del degrado», sono stati denunciati un paio di reati in tutto.
È necessario osservare la carta topografica anche per comprendere cosa intenda l’economista Riccardo Varaldo, uno degli ispiratori dell’ideologia urbanistica del Pd pisano, quando dice di voler trasformare Pisa in una «metropoli di seconda generazione». Appuntiamo qualche bandierina sulla mappa, cominciando dal centro storico. L’ospedale di Santa Chiara affaccia sul Battistero e sulla celebre Torre pendente. L’amministrazione vorrebbe traslocarlo fuori città perché i 118 mila metri quadrati dello storico complesso, dove si formò anche lo studente di medicina Galileo Galilei, divengano residenze di lusso. Uno dei signori del cemento è il costruttore siciliano Andrea Bulgarella. Uno che, intervistato da Report sulla filiera dei cementifici che permetterebbe alla mafia di controllare gli appalti, rispose stupito di non aver «mai sentito il peso della mafia». Negli ultimi anni, Bulgarella ha riversato fiumi di denaro in città, battendo il primato delle cooperative rosse e rilevando anche la squadra di calcio, che ora lotta per la serie A. Bulgarella ha anche pensato di costruire una torre di Pisa moderna, tutta di vetro, nella ipertecnologica «piazza del Terzo millennio», periferia meridionale. Sarà alta come quella storica, e giochi di luce la faranno sembrare pendente. Inutile aggiungere che anche l’altra torre accoglierà un grande albergo.
Presto, a disposizione dei costruttori saranno anche le migliaia di metri quadri di spazio delle caserme in via di dismissione, che sembrano destinate a ospitare centri commerciali e alberghi, e la mega-speculazione del porto turistico alla foce dell’Arno. La grande trasformazione cui si va incontro smuoverà almeno un miliardo di euro e parte da un assunto: ogni anno all’aeroporto di Pisa sbarcano 4 milioni di persone. Sono in gran parte turisti, che però si fermano in città solo per qualche ora, giusto il tempo di vedere la Torre. Ecco perché si vuole trasformare la città in un parco tematico con alberghi e servizi, rendendo la vita sarà ancora più difficile ad abitanti e studenti, come non bastasse il fatto che per una stanza singola uno studente paga almeno 350 euro.
Per non parlare delle case per i migranti. Quelli di Rebeldìa hanno fatto un’inchiesta sulle agenzie immobiliari: a telefonare era una persona in cerca di affitto con accento straniero: tutti rispondevano che non c’era disponibilità. Se qualche minuto dopo telefonava qualche italiano le case c’erano. «Se non hai la residenza, non hai accesso ai servizi e al lavoro, e se non hai lavoro rimani clandestino­dice Serena, giovane medico che ha lasciato il cuore in Chiapas e lavora all’ambulatorio per migranti Mezclar­Il comune si rifiuta anche di riconoscere la residenza nei campi a rom e rumeni, disattendendo i regolamenti. Altro che legalità».
La maggior parte delle associazioni dell’Altracampagna ha trovato casa nella sede del Rebeldìa, centro sociale nato sulla scia del movimento dei movimenti e del «trainstopping», quello che era riuscito a fermare i treni carichi di armi quando iniziò la guerra in Iraq. Per citare gli zapatisti, quelli di Rebeldìa «sono nuovi ma sono quelli di sempre». Nel febbraio del 1967, a Pisa il movimento presentò le «Tesi della Sapienza», che reclamavano il riconoscimento della figura sociale dello studente, dato che l’università era «il luogo di produzione della forza lavoro qualificata». Proprio per sfuggire alla trappola della formazione piegata alle esigenze del mercato, un gruppo di studenti occupò decenni dopo, nel 2003, uno stabile di proprietà dell’università. Due anni fa, la Rebeldìa è sbarcata in via Battisti, subito fuori dalle mura storiche e ha tessuto una impressionante rete di relazioni, che coinvolge centinaia di persone. La sede del centro sociale ospita molte associazioni: gli «arrampicatori sociali» della palestra di «climbing», Equilibri precari, ed Emergency, le proiezioni d’essai del Cinematic e i tornei di Scacchi insorgenti, e così via.
Tutto invisibile, agli occhi della politica. Il sindaco uscente, Paolo Fontanelli, che pure deve decidere delle sorti di questo spazio, non è mai venuto a visitarlo­spiega Ciccio, uno degli occupanti storici ­ Perché anche questa area è al centro di appetiti cementificatori». Rebeldìa ha preparato, con l’aiuto di architetti e urbanisti, sette progetti alternativi che permetterebbero loro di rimanere nel quartiere di Sant’Antonio. «Quando incontriamo l’amministrazione ­ prosegue Ciccio ­ c’è un portavoce per ognuna delle 25 associazioni che hanno aderito al progetto: esigiamo che ognuno possa spiegare cosa fa. I nostri interlocutori rimangono sbalorditi»
Al Rebeldìa ha sede per esempio il Gasp, il Gruppo di acquisto solidale pisano. «Duecento famiglie comprano di tutto, dal pane alle verdure, dalle carni ai detersivi­ci spiega Fabio, del Gasp ­ Qui abbiano uno dei nostri unti di distribuzione, e stiamo cercando nuovi produttori, perché la domanda cresce tanto che rischiamo di non accontentare tutti».
Le gigantografie sui muri di Pisa ritraggono l’aspirante sindaco del Pd con una bicicletta. Magari parteciperà alla «critical mass», la marea di ciclisti che invade le strade urbane, che il 29 marzo prossimo partirà dal piazzale di Rebeldìa. «Alcuni dei ciclo-attivisti di San Francisco che negli anni novanta avrebbero inventato la Critical mass nel 1990 vennero a stare per un po’a Pisa­ci racconta Roberto, che si occupa della «ciclofficina»­Rimanemmo in contatto, e nel ’99 organizzammo la prima «critical mass» italiana. Qui la cultura della bicicletta è diffusa, ma si spinge la gente a sostituire la bici con il motorino, limitando le zone ciclabili e proibendo il parcheggio delle bici. Ad Amsterdam la bici si può lasciare quasi dovunque. Ma qui vicino, a Pontedera, c’è la Piaggio».
Roberto è maestro in una scuola elementare del popolare quartiere di Sant’Ermete che l’anno scorso ha tenuto il saggio di fine anno degli alunni nei locali di Rebeldìa. Racconta: «L’alternativa era farci ospitare dalla Fondazione Teseo, che ha a che fare con l’inceneritore che colpisce la popolazione di Sant’Ermete». In un giorno di maggio del 2007, l’inceneritore di Ospedaletto sparse una nuvola viola. «Pare fosse iodio ­ spiega Abramo, che per l’Altracampagna si occupa di questioni energetiche ­ La Asl ha ipotizzato che avessero bruciato rifiuti speciali, industriali o ospedalieri». Dopo un po’ si è scoperto che le carte che certificavano la quantità di rifiuti riciclati e la percentuale e il tipo di quelli bruciati erano truccate. Nessuno se n’è preoccupato, tanto meno le televisioni locali: il maggiore azionista di Geofor, società che gestisce lo smaltimento dei rifiuti, è anche proprietario di Canale 50, la principale televisione pisana.
Il sindaco Fontanelli non ha mai accettato l’invito ad andare a vedere le decine di migranti che ogni sera, suddivisi in nove classi ospitate in quattro aule allestite con tanto di banchi e lavagne, seguono i corsi serali di italiano tenuti dal «Comedor estudiantil Giordano Oliva», associazione che fino a poco tempo fa si occupava di solidarietà internazionale [ha costruito una mensa ed un asilo a Caracoto, in Perù] e che adesso si dà da fare anche in città. E quando si dovettero presentare in internet le domande di permesso di soggiorno, quelli dell’«hacklab» del Rebeldìa hanno preparato una batteria di computer nello stanzone della caffetteria equo-solidale, per agevolare l’invio dei documenti. «Con un solo computer avremmo rischiato che qualcuno arrivasse tardi­racconta uno dei giovani hacker­Siamo riusciti a inviare quasi trecento richieste. Sono tante: dalla Cgil ne sono partite seicento». Un esempio perfetto di come le tante attività costituiscano un circuito virtuoso.
«I politici stanno sacrificando i giovani», dice Matar, senegalese e presidente del consiglio provinciale dei migranti, organo consultivo istituito nel 2006. «È difficile parlare dei diritti dei venditori ambulanti che vengono cacciati, quando i cittadini italiani sono ignorati», continua Matar, che è stato eletto nelle liste del Pdl, sigla che in questo caso significa, come ci spiega divertito, «Partito da lontano». «Quello che chiamano ‘il polo d’eccellenza’ della ricerca si basa soprattutto sul precariato immateriale», dice Marcello, del gruppo-inchiesta di Rebeldìa.
Quando si arriva sotto la torre del conte Ugolino, tra la zona universitaria e la piazza dei Miracoli, viene terribile sospetto: la storia del padre che mangia i suoi figli pur di sopravvivere pare tristemente destinata a ripetersi, qui a Pisa e altrove.
 
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